Perché le nonne mettevano un prete nel letto?
Era un telaio di legno ad arco con la brace al centro, infilato sotto le coperte. In Romagna sopra ci andava la «suora»: lo scaldino di terracotta.
In breve
- Fino alla metà del Novecento, d'inverno, in molte case si scaldava il letto con il «prete»: un telaio di legno ad arco con al centro un recipiente pieno di brace.
- Il trabiccolo del Museo Etnografico dell'Alta Brianza, usato ad Annone (Lecco) nella prima metà del Novecento, è lungo 108,3 cm: il legno è opera di un falegname, la lamiera di un fabbro.
- Secondo l'etnografo Paul Scheuermeier, citato nelle schede del catalogo lombardo, questi telai potevano essere lunghi fino a 130 cm.
- Nel milanese si diceva «préet», ma anche «mùnega» (monaca) e «fràa» (frate); a Villimpenta, nel Mantovano, «prète».
- In Romagna, racconta il Resto del Carlino nel 2023, il telaio era il «prete» e lo scaldino di terracotta appoggiato sopra era «la suora».
Il video
Detta così sembra una battuta: d’inverno le nonne mettevano un prete nel letto. E in Romagna, insieme al prete, ci finiva anche una suora. No, non è quello che pensi: erano due attrezzi per scaldare le lenzuola.
Controprova ha messo in fila tre schede del catalogo dei beni culturali della Lombardia e un articolo del Resto del Carlino per ricostruire com’era fatto il «prete», chi lo costruiva e perché aveva tanti nomi da convento.
Perché bisognava scaldare il letto?
Perché d’inverno, lontano dal fuoco, la casa restava fredda. Nelle case di campagna c’era il camino, in quelle di città la stufa a legna, ma, come scrive il Resto del Carlino, non bastavano per riscaldare tutta la casa. La sera ci si infilava tra lenzuola gelide.
La scheda del Museo Etnografico dell’Alta Brianza riporta un detto, citato da uno studio di Aondio e Bassani del 1990: «durmé al frec’ e mangià al cóld», cioè dormire al freddo e mangiare al caldo. Secondo la scheda, esprime lo spirito di adattamento dei contadini di allora.
Che cos’era il «prete», e chi lo costruiva?
Era un trabiccolo: un telaio di legno ad arco che si metteva tra le lenzuola. L’esemplare del museo, a Galbiate (Lecco), è fatto di assi di legno con dei ripiani e una lamiera di metallo (scheda 4r010-00123). L’arco teneva sollevati il lenzuolo e la coperta imbottita; sulla lamiera si appoggiava un caldano con la brace presa dal camino, che scaldava l’aria sotto le coperte.
Lo facevano due artigiani: la struttura di legno è attribuita a una bottega di falegname, la lamiera a un fabbro. Lo usava una famiglia di contadini di Annone, in provincia di Lecco, nella prima metà del Novecento. È lungo 108,3 centimetri e alto 31.
108,3cm
Lunghezza del «prete» usato ad Annone (Lecco)
130cm
Lunghezza massima citata da Paul Scheuermeier
Nel Mantovano il principio era lo stesso. A Villimpenta il trabiccolo ha la forma di una slitta, con due coppie di assicelle di legno incurvate, ed è opera di un falegname, il «marengòn». Secondo la scheda 6w010-00152, la donna di casa lo infilava sotto le coperte con lo scaldino pieno di braci e lo lasciava lì fino all’ora di andare a dormire. Questo esemplare è lungo 124 centimetri.
E la «suora», invece?
In Romagna la suora era lo scaldino di terracotta che si appoggiava sul prete. Lo racconta un articolo di Gabriele Papi sul Resto del Carlino del 2023: il «prete» era il telaio di legno costruito dai falegnami, che reggeva una spessa tavoletta capace di condurre il calore. Sopra si metteva lo scaldino vero e proprio, «la suora».
Il prete teneva su le coperte, la suora ci metteva il calore. Una coppia di lavoro, e niente di più.
Perché si chiamava prete, monaca o frate?
Una spiegazione sicura non c’è, ma i nomi da convento erano tanti. Nel milanese il trabiccolo era il «préet», e veniva chiamato anche «mùnega» oppure «fràa». Secondo Cherubini, citato nella stessa scheda, «préet» non valeva per quasi tutti gli altri dialetti lombardi, dove l’arnese si diceva «mònaca».
A Villimpenta era il «prète», a Cerveno, in Valle Camonica, la «mònéga». E l’etnografo Paul Scheuermeier, nel suo libro «Il lavoro dei contadini» citato dalla scheda di Cerveno, indica proprio «prete» come nome usuale dell’oggetto.
Tra le schede museali che abbiamo consultato, l’unica che azzarda un’ipotesi sull’origine dei nomi è quella del trabiccolo di Cerveno, conservato nella Casa Museo Bazzoni. Riprende un libro di L. Gibelli del 2004 sugli attrezzi del passato: forse si chiamava «mònéga» per la forma, che vista in verticale «rammentava lontanamente il salterio cadente sulle spalle di una suora». Altri lo chiamavano «prete» perché «teneva caldo» e, aggiunge la scheda, «per altre allusioni». Quali, non lo dice.
Come si scaldava il letto senza il prete?
Con lo scaldaletto di rame o con i mattoni caldi. Lo «scaldalèt», racconta il Resto del Carlino, era un recipiente di rame pieno di braci, con un lungo manico, da strusciare sulle lenzuola. Con il rischio, però, di bruciarle.
Quando i letti da scaldare erano più d’uno si rimediava con mattoni porosi, riscaldati sulla stufa o ai bordi del camino e avvolti in ruvidi panni di canapa. Secondo il giornale, la pratica è durata fino alla metà del Novecento e oltre; le schede lombarde datano il prete di Annone e quello di Villimpenta alla prima metà del secolo.
Il prete, la suora, la monaca e il frate: un convento intero, solo per scaldare il letto. Guarda il video e scrivi nei commenti come lo chiamava la tua nonna, e in quale paese.
Domande frequenti
Cos'è il prete per scaldare il letto?
È un trabiccolo: un telaio di legno ad arco che si infilava sotto le coperte per tenerle sollevate, con al centro un recipiente pieno di brace. Si è usato fino alla metà del Novecento e oltre.
Cos'era la suora nel letto?
In Romagna era lo scaldino di terracotta con la brace, appoggiato sul telaio di legno chiamato «prete», come racconta il Resto del Carlino.
Come si chiamava il prete in dialetto?
Nel milanese «préet», ma in Lombardia era detto anche «mùnega» o «fràa»; a Villimpenta, nel Mantovano, «prète»; a Cerveno, in Valle Camonica, «mònéga».
Fonti
- Trabiccolo per scaldaletto (scheda 4r010-00123, Museo Etnografico dell'Alta Brianza) Lombardia Beni Culturali
- Trabiccolo (scheda 6w010-00152, Villimpenta) Lombardia Beni Culturali
- Trabiccolo (scheda 7r030-00428, Casa Museo Bazzoni, Cerveno) Lombardia Beni Culturali
- Tutti al caldo col «prete» e la «suora» nel letto il Resto del Carlino
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